Cosa è successo nei mesi della pandemia? Quali sfide siamo chiamati ad affrontare?

Il virus ha messo tutti noi di fronte ad una situazione di impotenza, con scarsissime possibilità di controllo: la sua dimensione planetaria fa sì che non esista luogo al mondo in cui si possa fuggire, né essere al sicuro e, nell’interesse della salute collettiva, il libero arbitrio è stato inevitabilmente molto ridotto. La soppressione, seppur motivata e inevitabile, delle libertà di movimento e di socializzazione ha avuto un costo emotivo importante per molte persone.

La diffusione dei contagi ha portato ad affrontare il lutto: non solo quello letterale dovuto alla perdita di una persona cara, che per di più si è manifestata nella sua forma più crudele, la morte senza possibilità di congedo, ma anche e in misura ancora più diffusa, la perdita in senso lato delle relazioni, del lavoro, delle routine e di qualsiasi forma di socialità.

Come reagiscono gli esseri umani di fronte a situazioni minacciose e senza via d’uscita?

A livello automatico e involontario, una delle reazioni manifestate dai mammiferi di fronte ad uno stimolo minaccioso è nota come freezing, una terza via oltre alle possibilità note come fight or flight (lotta o fuga) e che si caratterizza come blocco dell’attività motoria e rallentamento delle funzioni fisiologiche (negli umani in particolare sono stati studiati la diminuzione della frequenza cardiaca e l’immobilità), finalizzato alla preparazione di una adeguata risposta motoria di fronte al pericolo.

La risposta di freezing è mediata dal sistema nervoso autonomo e vede la predominanza della funzione parasimpatica, normalmente deputata al mantenimento dell’organismo in uno stato di “rest and relax”. Quando la minaccia è vicina e sembra non lasciare vie di scampo prevale la risposta di freezing, almeno in una primissima fase (Roelofs, 2017).

Spostandoci ad un livello di elaborazione cognitiva più complessa, una condizione di imprevedibilità e mancanza di controllo può favorire lo sviluppo di una specifica reazione comportamentale, caratterizzata da rinuncia, rassegnazione, attribuzioni negative e disperazione: la reazione da impotenza appresa.

Il modello è quello della learned helplessness (impotenza appresa) di M. Seligman che dimostra come un senso di impotenza indotto dalle circostanze possa alterare l’autostima e la fiducia nelle proprie capacità rendendoci incapaci di reagire.

La learned helplessness (LH) è un paradugma utile alla comprensione di alcune condizioni psicologiche legate alla depressione e all’ansia (Maier and Watkins, 1998).

Nel freezing è inibita la componente fasica, ma non quella tonica del movimento, per cui dopo che il blocco è rilasciato l’animale è pronto all’azione, mentre nel caso della LH lo stato di immobilità permane e non predispone all’azione (Roelofs, 2017).

Possiamo dunque sintetizzare che a fronte di un medesimo stimolo possiamo ragire in modo diverso e che una iniziale sensazione di blocco e perdita di possibilità di scampo, non coincide necessariamente con la disperazione, anzi questo vissuto è conseguente e dipendente da molteplici fattori.

Sappiamo infatti che esistono differenze individuali nelle reazioni agli stimoli avversi: uno stato di ansia (Roelofs, 2010; Wada et al. 2001) correla positivamente con l’attivazione della risposta di freezing negli esseri umani; le esperienze traumatiche precoci e ripetute nel tempo possono indurre più facilmente una risposta di freezing e avere effetti a lungo termine nella strategia di reazione agli eventi negativi (Roelofs et al., 2010); bambini più predisposti a reazioni di freezing sono soggetti a sviluppare in misura maggiore rispetto ad altri problemi dovuti a comportamenti internalizzanti in adolescenza (Nierman et al , 2019), come ritiro, disturbi somatici, ansia e depressione (Achembach, 1991).

La storia individuale dunque incide e altera la funzionalità dell’organismo, favorendo una reazione automatica e involontaria più di un’altra, anche a prescindere dalla natura dello stimolo.

Ne consegue dunque che un evento potrebbe costituire una minaccia anche a prescindere dalla sua reale entità e che potrebbe favorire lo stabilirsi di alterazioni biochimiche e schemi cognitivi tipici della costellazione ansioso-depressiva, sotto l’influsso della storia personale, delle esperienze precedenti e della personale predisposizione a sopprimere la propria capacità di iniziativa.

Freezing e Impotenza Appresa sono due costrutti attinenti a filoni di ricerca sperimentale qualitativamente differenti e non sovrapponibili. Entrambi tuttavia condividono come stimolo d’innesco una situazione caratterizzata da minaccia senza via d’uscita. Il primo si riferisce ad una reazione automatica e involontaria, necessaria al processamento dell’informazione in condizioni di stress, il secondo definisce una condizione psicologica conseguente a precise condizioni ambientali.

Ansia, depressione e nei casi più gravi PTSD, sono certamente esiti patologici di cui dovremo occuparci, ma comprenderne la natura e lo sviluppo nella vita degli individui potrà essere d’aiuto per organizzare risposte d’auto e percorsi di cura mirati ed efficaci.

Achenbach, T. M. (1991). Manual for the child behavior checklist/4-18 and 1991 profile. Burlington, VT: University of Vermont Department of Psychiatry.

Maier, S.F., Watkins, L.R., 1998a. Stressor controllability, anxiety, and serotonin. Cog. Ther. Res. 6, 595–613.

Niermann, HCM,  Tyborowska, A,  Cillessen, AHN, et al.  The relation between infant freezing and the development of internalizing symptoms in adolescence: A prospective longitudinal study. Dev Sci.  2019; 22:e12763. https://doi.org/10.1111/desc.12763

Roelofs, K., Hagenaars, M. A., & Stins, J. (2010). Facing freeze: social threat induces bodily freeze in humans. Psychological science21(11), 1575–1581. https://doi.org/10.1177/0956797610384746

Roelofs K. (2017). Freeze for action: neurobiological mechanisms in animal and human freezing. Philosophical transactions of the Royal Society of London. Series B, Biological sciences372(1718), 20160206. https://doi.org/10.1098/rstb.2016.0206

Wada, M., Sunaga, N., & Nagai, M. (2001). Anxiety affects the postural sway of the antero-posterior axis in college students. Neuroscience letters302(2-3), 157–159. https://doi.org/10.1016/s0304-3940(01)01662-7